Fire and Flames

Gran Burrone

Rivendell_02 Quando giunge la sera, e arriva finalmente l’ora di andare a dormire, dopo aver letto qualche pagina di un buon libro, mi piace immaginare, a luce spenta immerso nel buio, una piccola avventura per addormentarmi. Mi vesto dei panni del protagonista di una storia, o di un avvenimento, e inizio a viaggiare con l’immaginazione. Creo questa sorta di film/libro mentale dove mi catapulto in un universo tutto mio, oppure, come capita in rare occasioni, in una storia già scritta in cui mi inserisco.

Dipende molto dalla giornata, a seconda dell’umore che mi ha condizionato di più, ma la maggior parte delle volte è la visione di qualcosa di meraviglioso, che mi cattura a tal punto da desiderare di farne parte. E così è capitato stanotte, dopo la visione di un film così bello, che ogni volta che vedo questo mondo il mio desiderio più grande è quello di farne parte.

Mi sveglio nel mio alloggio, confuso e stordito, forse per il troppo sonno o forse per colpa di uno sforzo fisico e mentale di gran lunga superiore alle mie capacità. Una stanza luminosa e accogliente, finemente curata, dalla forma semicircolare. Il letto è piuttosto grande, di un bianco splendente, posto vicino ad una grande finestra aperta mentre a sinistra vi è un piccolo comodino di legno lavorato a mano, con sopra un lume. Seguendo la circonferenza della parete, la finestra finisce dopo un metro circa, lasciando spazio al muro prima di aprirsi nuovamente nella porta che dà verso un’ampia terrazza. Continuando lungo il perimetro c’erano scaffali pieni di libri ed uno scrittoio adibito allo studio con tanto di pergamene, penne ed inchiostro. Tutto in legno lavorato a mano, dai ritocchi dei mobili fino alle cornici delle porte e delle finestre. Alzo appena il busto per dare uno sguardo oltre la finestra, con gli occhi ancora socchiusi, distinguendo a malapena degli alberi e un leggero rumore di cascate in lontananza. Appena messo a fuoco scatto sul letto affacciandomi fuori per metà con le mani posate sul muretto della finestra. Una brezza fresca e profumata mi soffia in faccia dolcemente, quasi fosse una carezza amorevole, e piano piano apro gli occhi sul posto più bello e affascinante che un elfo possa desiderare di essere.

Tra le pendici delle Montagne Nebbiose ed il fiume Bruinen, in una valle nascosta accessibile dal Guado del Bruinen ed un tortuoso sentiero si trovava Gran Burrone.

Per quanto elfo, non riuscii a trattenere le emozioni dinnanzi alla bellezza che la Casa di Elrond mi stava offrendo in quel momento. Rimasi incantato per minuti, soffermandomi sul paesaggio come quando si guarda un dipinto, fissando i particolari con intensità, quasi a voler carpire il segreto che l’artista aveva prima che il signore di quella casa entrò nella stanza. Mi salutò con fare solenne e mi diede il benvenuto nella sua casa. A stento riuscii a balbettare una risposta degna della sua presenza, ma egli mi sorrise e mi invitò a cambiarmi.
Trovai degli abiti puliti ed eleganti della mia misura su una sedia, abiti bellissimi e finemente ricamati, di un verde così bello che poteva competere con la natura stessa del bosco di Gran Burrone, i dettagli invece variavano dal marrone per le cuciture e dal giallo dell’oro, e per finire un paio di stivali di cuoio marrone leggeri e resistenti.
Mi pettinai velocemente, raccogliendo i capelli come al solito con un laccio nero e mi affiancai a Re Elrond. Mi portò a visitare gran parte della casa, raccontandomi varie cose, dalle leggende alle storie, dalle attività quotidiane agli avvenimenti importanti. Il tempo per me volava e senza neanche rendermene conto, arrivammo al cospetto di Dama Galadriel. Era bella oltre ogni dire. Rimasi impietrito dinnanzi a tale bellezza, così perfetta che riuscii a risponderle a stento, e se fossi stato in grado di vedermi in quel momento, sicuramente il verde dei miei abiti avrebbero cozzato con il rossore del mio viso.
Aveva una veste lunga e bianca, ornata di fili d’argento che luccicavano appena se colpiti dal sole, che le arrivava ben oltre i piedi, lasciando uno strascico lungo qualche metro che seguiva il suo passaggio. A contornarle gli splendidi capelli dorati che poggiavano dolcemente sulle spalle, portava un bellissmo diadema che le incorniciavano il viso, rendendolo più radioso che mai.
Per quanto mi fu possibile, cercai di ringraziarla al meglio per l’ospitalità e per l’onore di averla incontrata, sforzando il cervello a trovare le giuste parole da usare in sua presenza, e in cambio lei mi sorrise con affetto, mentre nella mia mente potevo sentire la sua voce che mi parlava e mi rassicurava. Mi congedai da lei, a metà fra la tristezza e la felicità, sarei rimasto in sua compagnia per sempre se me l’avesse chiesto, ma ero sicuro che l’avrei rivista ancora.

Re Elrond abbozzò un sorriso quando mi vide estasiato dopo quell’incontro e mi accompagnò verso il mio alloggio, dove da lì a poco, avrei avuto la mia prima lezione con il mio mentore. Lo trovai seduto su una poltrona, fuori nel terrazzo che fumava la pipa, mentre osservava l’orizzonte con gli occhi socchiusi e il volto disteso, senza preoccupazioni. Con il manto grigio appeso alla sedia, ed il bastone bianco appoggiato al muro, Gandalf mi sorrise e si alzò per venirmi incontro quando entrai anticipando il padrone di casa nella mia stanza. Mi diede una leggera pacca sulla spalla in segno d’affetto, e mi invitò a sedere fuori con lui. Re Elrond si congedò dopo averci salutato, e noi iniziammo così a parlare, a scambiarci informazioni, specialmente Gandalf mi riempì di domande, ascoltandomi con attenzione, sorridendo di tanto in tanto in segno di approvazione. Gli raccontai la giornata, la visita per Gran Burrone e tutte le mie emozioni, senza tralasciare il mio incontro con Dama Galadriel, argomento su cui ci soffermammo parecchio, visto che lo stregone non la vedeva da tempo, voleva più informazioni possibili, e mentre io gliele raccontavo, lui si perse con lo sguardo, quasi stesse immaginando nella sua mente di parlare direttamente con lei.
Il colloquio finì, e Gandalf soddisfatto si tirò fuori la pipa, come per festeggiare le notizie ed il nostro incontro. Estrasse un pacchetto, un regalo che io inizia a scartare mentre iniziava ad elencarmi tutte le cose che avrei dovuto studiare con lui. Aperto il pacchetto, trovai una pipa, bellissima! Iniziai a ringraziarlo mostrandomi davvero grato, e lo ero, e lui sottolineò che con tanto studio a volte, una buona fumata poteva aiutare nella concentrazione.

Passammo così tutta la serata a parlare, mangiando qualcosa lì sulla veranda, fino a notte quando si congedò da me, assicurandosi che l’indomani mi sarei dovuto alzare presto per iniziare i nostri studi. Così mi misi a letto, deciso a riposare il più possibile, ma senza ottenere alcun risultato. Mi girai e mi rigirai nel letto, fino a quando stufo di non prender sonno mi alzai per una passeggiata. Mi vestii comodo, ma comunque presentabile, non in abiti da notte, e uscii per i corridoi fino a raggiungere una panchina, nei pressi di un giardino stupendo. La luce della luna illuminava quasi a giorno quella piccola zona, e rimasi affascinato ancora una volta dalle meraviglie di Gran Burrone.
Contemplai il cielo e le stelle, sospirando di tanto in tanto, e girando lo sguardo qua e là, quasi a controllare di essere effettivamente solo, ed in effetti era così, ma il mio sguardo cadde su qualcosa che era stato lasciato incustodito lì, sotto il portico, qualcuno aveva lasciato uno strumento. Mi fece sentire immediatamente in compagnia, come di un vecchio amico, così lo presi e tornai al chiarore di luna, iniziando a pizzicare le corde prestando attenzione a non svegliare o infastidire qualcuno. Un’atmosfera come quella non poteva che ispirarmi al meglio così mi misi a suonare per un’ora circa, o almeno così credetti, perché venni interrotto da un rumore sordo, un ramo spezzato, che di certo non si era rotto da solo. Mi alzai preoccupato con aria colpevole di chi si trovava nel posto sbagliato nel momento sbagliato, ma una figura si alzò dietro un cespuglio tranquillizzandomi.
Per un’istante il cuore mi si fermò di colpo. Quei brevissimi attimi sembravano non finire mai, potevo sentire il mio respiro profondo che prendeva fiato e vedere tutti i movimenti attorno andare a rallentatore. Davanti ai miei occhi vidi la più bella creatura che la natura stessa potesse mai aver creato.

Una giovane fanciulla mi si parò davanti ai miei occhi, un’elfo femmina alta più o meno come me, leggermente più bassa, vestita anche lei di verde e oro, ma con abiti molto più eleganti dei miei. Quasi in abito da sera, con gli occhi di un azzurro splendente, come due gemme preziose e lucenti a tal punto da abbagliare persino la luce della stella di Eärendil. I capelli biondi non arrivavano neanche alle spalle, le sfioravano appena, sembravano raggi di sole in grado di scacciare l’ombra da ogni cuore, il sorriso raggiante e amichevole, la carnagione chiara, quasi quanto quella della Dama, se non più bella. Non riuscii a proferire parola, me ne stavo semplicemente lì impalato con la bocca aperta ad osservare quella magnifica visione che si avvicinava lentamente verso di me.
Senza rendermene conto, mi ritrovai a pochissimi centimetri quel viso stupendo che mi sorrideva ad occhi spalancati. La voce mi si strozzò in gola, mentre lei era sorridente e aspettava che io le ricambiassi il saluto. Si chiamava Galadin, e ai miei occhi risultò la cosa più bella che avessi mai visto in tutta la mia vita! Non riesco a trovare le parole, solo un vortice di emozioni che mi scuote dentro nell’anima, tutto il resto non ha più importanza.
Restai in sua compagnia, lì su quella panchina nel giardino, per diverso tempo. Entrambi eravamo privi di sonno, e lei era stata attirata dalla mia musica, così si era avvicinata senza far rumore, e quando mi vide suonare, disse di essersi nascosta apposta per non disturbare, rapita dalle note che producevo al chiaro di luna. Inutile dire che quelle lusinghe mi portarono un rossore in volto che se non fosse stata per la luce, Galadin mi avrebbe detto che avevo la febbre. La luna risaltava ancor di più tutto il suo splendore, nemmeno il più prezioso dei gioielli avrebbe potuto competere contro la sua bellezza. E più la ascoltavo, che voce meravigliosa, a dir poco incantevole, più rendevo conto che dentro era altrettanto splendida e graziosa. Un velo di fragilità si poteva notare dopo un’accurata attenzione ai dettagli, cosa che feci immediatamente per non farmi scoprire e per non mancarle di rispetto. Il modo in cui stropicciava le mani abbassando lo sguardo, il sorriso che a volte sembrava quasi forzato, le gambe serrate e raccolte tra le mani quando non gesticolava, tutti segni che interpretai come gesti di solitudine, di curiosità verso il prossimo ma anche di una mancata fiducia totale in qualcuno, come se stesse cercando qualcosa che nemmeno lei sapesse. Un po’ come me, solo che forse, in quell’istante sentii che l’avevo trovata!
Il tempo stava scorrendo troppo velocemente, ormai si era fatto tardi e ci salutammo. Lei mi prese le mani, strofinandole come più volte aveva fatto con le sue. Le mie erano tremolanti, ma nell’istante in cui ce le stringemmo, accadde qualcosa di magico: alzai lo sguardo e incrociai ancora una volta il suo, solo che questa volta era fisso su di me, silenzioso, profondo, come se stesse entrando dentro la mia anima attraverso esso, e io stavo facendo altrettanto. Istanti lunghi ed intensi, solo il sottofondo della natura circostante ed i nostri respiri potevano essere uditi in quel momento in tutto Gran Burrone. Potevo sentire il suo battito che accelerava, mantenendo sempre una certa grazia ed eleganza, mentre il mio che galoppava come una mandria di cavalli di Rohan o come le incudini di un fabbro intento a lavorare i materiali più duri e resistenti facendomi vergognare di me stesso, ma per me era impossibile controllare quelle emozioni.
Tra i sospiri riuscimmo a darci la buona notte, ma nell’istante in cui ci saremmo dovuti lasciare le mani, nell’allontanarci l’una in direzione opposta dall’altro, le nostre dita rimasero intrecciate, le mani strette, serrate in una stretta dolce e calorosa, che non voleva andarsene.

Questa volta vado a letto per davvero, ma il sonno ancora non si decide a presentarsi, dato che come chiudo gli occhi, vedo lei che mi sorride e mi guarda intensamente, come se quelle scene di prima si fossero impossessate della mia mente. Niente da fare, mi alzo e pergamena alla mano, inizio a comporre dei versi, aiutandomi con lo strumento trovato che mi ero portato in camera. Le parole sembrano apparire sulla pergamena come per magia, mi concentro praticamente solo sull’accompagnamento musicale, prendendo appunti a lato dei versi, aumentando così le mie emozioni di scritta in scritta. Sfortuna vuole, che con l’aumentare dell’entusiasmo e dell’amore per Galadin, anche il sonno si stava facendo sentire a gran voce, impadronendosi delle mie forze. Finì che mi addormentai sullo scrittoio, penna alla mano, strumento in braccio e sorriso stampato, con l’ultimo pensiero sicuramente dedicato all’elfo femmina più grazioso che avessi mai visto, e che vedrò ancora nei miei sogni di elfo e di bardo.

Rivendell_01

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